Oggetti, architetture, territori: autorganizzazione e forme del progetto

by Redazione, 10 dicembre 2010

Siamo circondati da migliaia di strutture e oggetti che si autorganizzano, che modificano ciò che si vorrebbe immutabile.

È una riflessione che mette a fuoco la realtà che ci circonda e che forse siamo soliti non guardare con attenzione.

Tre professionisti italiani hanno affrontato questo tema attraverso tre ricerche legate al design, all’architettura, all’urbanistica, analizzando il territorio da diversi punti di vista che si fondono tra loro e sono strettamente legati l’uno all’altro.
Mercoledì 1 dicembre 2010, la redazione di Co+Housing ha partecipato alla presentazione di Low Cost Design, di Daniele Pario Perra, Architettura Parassita. Strategie di riciclaggio per la città di Sara Marini e Città Latenti. Un progetto per l’Italia abusiva di Federico Zanfi, che si è tenuta allo Urban Center di Bologna. Pippo Ciorra, Architetto e Docente presso l’università di Camerino e Piero Orlandi, Responsabile Servizio Beni Ambientali e Architettonici IBC, hanno introdotto e moderato le presentazioni.

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I tre percorsi, presentati attraverso interessenti e curiose immagini, hanno messo a fuoco quei processi creativi trovati nelle città o progettati per l’ambiente urbano, fondati innanzitutto sulla necessità, ma anche sulle capacità artigianali e sulle consuetudini, sull’arte del saper fare, sulla ricerca di opportunità, sul proprio patrimonio culturale, sia all’interno che all’esterno della legalità.
Low Cost Design è un testo che abbiamo avuto modo di conoscere da vicino e che abbiamo analizzato in un nostro articolo grazie agli approfondimenti rilasciati dall’autore alla nostra intervista.

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Pario Perra, artista relazionale, ricercatore e designer, ha presentato una serie di immagini che hanno dimostrato come la semplicità della vita di tutti i giorni riesce a realizzare delle “opere” che non hanno bisogni di brevetti o particolari studi per diventare utili, per acquisire nuove forme in grado di cambiare il territorio e le nostre abitudini.

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Sara Marini, architetto e dottore di ricerca, nel suo testo ha analizzato l’immissione di corpi architettonici nuovi in edifici e strutture urbane preesistenti: pratica progettuale definita parassitaria.

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Fedrico Zanfi, architetto e PhD in Progetti e politiche urbane, con Città latenti ha affrontato la questione irrisolta della città abusiva nell’Italia contemporanea.

I tre interventi sono legati da una comune “visione laterale” che analizza e valuta il territorio, attirando l’attenzione del lettore su oggetti, strutture e forme che ci circondano quotidianamente ma che osserviamo superficialmente, spesso risultare essere illegali di fronte alla legge.
Abbiamo intervistato Piero Orlandi, che ha dato vita a quest’incontro, e che auspica un nuovo appuntamento con i tre autori.

Piero Orlandi/Responsabile Servizio Beni Ambientali e Architettonici IBC

Come è nata l’idea di realizzare l’incontro “Oggetti, architetture territori”? In base a quali criteri sono stati scelti i testi di Pario Perra, Marini e Zanfi?

I due testi che conoscevo erano quello di Marini e quello di Perra. Marini ha tenuto un seminario ad Ascoli nell´ambito del dottorato di ricerca “Architettura e turismo” della School of Advanced Studies di Camerino, che sto seguendo. Il tema trattato nel suo libro mi è sembrato molto interessante, soprattutto perchè il concetto di parassita mi sembra singolarmente vicino a quello di “superfetazione”, che nella nostra cultura urbanistica ha avuto una vita lunga e significa, nelle zone storiche, l’aggiunta incompatibile con l’organismo originario, che deve essere eliminata. In questa somiglianza-opposizione concettuale mi pare stia gran parte dell´interesse che ho provato per il libro.

Durante il dibattito che ha chiuso le tre presentazioni lei ha sottolineato il fatto che quest’incontro e i temi affrontati dovrebbero essere recepiti anche altrove, soprattutto da chi può occuparsene da un punto di vista giuridico, legato alla normazione di edifici, oggetti, strutture, etc, classificati, oggi, come abusivi o, semplicemente, non classificati. Esite, oggi, una legislazione territoriale su tali edifici, oggetti, strutture che ci circondano quotidianamente? Ci sono particolari restrizioni? Vi è indifferenza?

La questione di come la legislazione urbanistica tratta quella che abbiamo chiamato “autorganizzazione” da parte degli abitanti è un altro tema molto interessante. In realtà l’urbanistica opera principalmente con divieti, solo recentemente ha aperto a concetti di partecipazione che restano però delle procedure per consultare gli abitanti su progetti pubblici o piani urbanistici pubblici, non entrano invece nel merito di come il soggetto pubblico nella sua progettazione-pianificazione tiene conto dei desideri e delle aspettative degli abitanti.
Il confine tra spontaneismo e abusivismo è molto sottile, difficile da individuare e non credo che finora nessuna legge regionale o nazionale ci abbia nemmeno provato, forse è un terreno troppo scivoloso, si rischia di ammettere parzialmente comportamenti abusivi. E’ pero vero che a loro modo i condoni sono stati riconoscimenti a posteriori dell´abusivismo, e allora forse è meglio trovare forme di accoglienza di forme autorganizzate a priori, invece di regolamentare a posteriori e per semplici ragioni di finanza pubblica i comportamenti illegali.

Daniele Pario Perra ha condiviso con noi un nuovo interessante approfondimento sulle sue ricerche e sulle tematiche affrontate durante l’incontro:

Daniele Pario Perra/Autore di Low Cost Design

La presentazione di Low Cost Design ha reso chiara l’idea che la realtà trasposta nel testo è un territorio in continua evoluzione:  le tendenze culturali legate al riciclaggio, i materiali di sviluppo urbano utilizzati e la creatività spontanea dei “designer low cost” variano da paese a paese, da cultura a cultura, spesso si fondono o reinventano.
Le tue considerazioni, insieme a quelle di Sara Marini e Federico Zanfi hanno permesso di riflettere sugli effetti prodotti dagli oggetti sul nostro territorio e dalle strutture che ci circondano quotidianamente, i quali hanno la capacità di autorganizzarsi e modificare la realtà che siamo abituati a vivere. E’ facile, secondo te, acquisire questa consapevolezza oppure veniamo travolti inconsapevolmente da tante mutazioni territoriali? Sono gli oggetti e le strutture che si adattano ai bisogni degli esseri umani o viceversa?

Per quanto riguarda la prima parte è vero: la creatività spontanea ha una propria capacità contaminante che esiste dalla notte dei tempi, forse dalla comparsa dell’uomo.
Nella ricerca e nel libro troviamo molti esempi di oggetti o azioni sul territorio quasi identici tra loro, ma distanti migliaia di chilometri.
Tra i primi spesso riporto l’esempio del caffè preparato sul ferro da stiro fotografato nel sud dell’Italia e il caffè sul ferro da stiro fotografato nel sud della Grecia. Entrambe usano la stessa fonte di calore in mancanza del gas, ma si distinguono solo per le varianti geografico-culturale, a volte di matrice religiosa, senza mettere in discussione l’uso della stessa pratica o dello stesso comportamento.

Se sono le strutture ad adattarsi agli esseri umani o viceversa è una bella domanda. Mi piacerebbe poterlo dire con certezza ma posso solo andarci vicino. Principalmente dovrebbero essere i manufatti ad adattarsi alle esigenze umane ma in realtà le infinite stratificazioni dei processi hanno reso il campo sia caotico che ambiguo. A volte sono gli umani ad adattarsi a comportamenti, azioni o strutture, già esistenti, per questo la nostra ricerca non mette in evidenza esclusivamente gli oggetti o le azioni, ma li inserisce nel contesto sociologico, storico e culturale in cui questi si sviluppano. L’obiettivo è dimostrare sia l’evoluzione progettuale sia la contaminazione culturale e tenere aperta la riflessione su chi influenzi cosa.

Il dato più importante resta comunque l’insieme di questi valori che genera una straordinaria capacità pratica di adattamento alle esperienze, in grado di risolvere le necessità del quotidiano, nel bene o nel male, con l’abilità paragonabile a quella di un bambino e la progettualità di un ingegnere. Spesso sono gesti carichi di una grande abilità visionaria che,  applicata alla sperimentazione pratica, porta ai  fenomeni di auto-organizzazione, -gestione, -costruzione, a un elenco infinito di composizioni.
In fondo, sia il design che l’architettura, se sottratti alla competenza della gente di mestiere, diventano storia di umanità. Possiamo leggere ogni oggetto come la cristallizzazione di complesse relazioni sociali. È come se il DNA della creatività spontanea risiedesse nella capacità di sintetizzare in un gesto semplice, a volte immediato, una necessità profonda e complessa. Tanto più un uso semplice risolve necessità complesse, tanto più sarà diffuso a macchia d’olio per soddisfare simili esigenze in simili casi di auto-organizzazione.

Ci sarà un seguito di Low Cost Design? Quali le tendenze del design creativo negli Stati Uniti ad esempio, in India o nel resto del mondo?

Il seguito naturale è il volume 2 di cui abbiamo già iniziato le ricerche, questa volta abbiamo deciso di ampliare sia il campo di ricerca che il numero degli autori coinvolti. Avremo due nuovi capitoli, uno sugli oggetti che si trasformano in valori simbolici nella comunicazione ed un altro sulle good practices, sempre in termini di modifiche agli oggetti di uso comune e di modifica del territorio da parte dei suoi abitanti. Stiamo valutando anche se inserire un capitolo sulle bad practices, anche se temo sarebbe troppo ricco considerando la quantità di materiale “negativo” a disposizione. Novità anche per gli autori, molti capitoli saranno scritti a due, tre mani, coinvolgendo altri ricercatori provenienti dai settori più diversificati ma sempre in relazione al tema della  creatività spontanea. L’obiettivo è ancora studiare la relazione tra “capacità poetica” e “capacità tecnologica” per arrivare a metodi di ricerca più aperti e cogliere l’idea di sviluppo come concetto ampio, senza una ristretta definizione di limiti.

Oltre a monitorare la creatività spontanea  nei paesi extraeuropei, studieremo come alleggerire quell’idea di post moderno legata al design in produzione, spesso lontano dalla contemporaneità più reale, fatta anche di decrescita perché no, cambi di rotta, nuove e auspicate sensibilità di consumo, e una profonda, necessaria, politica ecologica. In poche parole riconversione prima culturale e poi industriale.
Certamente troveremo sempre più oggetti influenzati dalla creatività non aziendale e, mi auguro, anche sempre più esempi di piani urbani influenzati dagli stessi abitanti. La via naturale è il ritorno alla centralità della vita quotidiana in tutti i processi evolutivi.
E’ la quotidianità che ci ispira a indagare funzionalità alternative, di sviscerare usi nascosti e in fondo di comprendere la vera anima sia degli oggetti che delle strutture, al di là dall’uso più convenzionale promosso dai produttori e dalle convenzioni.

Commenti

  1. upnews.it scrive:

    Oggetti, architetture, territori: autorganizzazione e forme del progetto…

    Tre professionisti italiani hanno affrontato questo tema attraverso tre ricerche legate al design, all’architettura, all’urbanistica, analizzando il terriotitorio da diversi punti di vista che si fondono tra loro e sono strettamente legati l’uno all’al…

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